(Roma, 1924 – 2005)
Cresciuta in un colto ambiente familiare frequentato da pittori, scrittori, musicisti ed intellettuali, Titina Maselli matura precocemente la sua vocazione artistica, favorita prima dal padre Ercole, noto critico d’arte legato alla Scuola Romana degli anni trenta, e poi da Toti Scialoja, che sposa nel 1945. Ma Maselli si affranca presto dall’uno e dall’altro, sviluppando una personale iconografia che non la abbandonerà mai più e che la terrà intenzionalmente al di fuori da qualsiasi stile o movimento dell’epoca. Non le interessano i fasti della Roma imperiale e barocca ma i quartieri distrutti dalle bombe, i cantieri della ricostruzione, l’asfalto lucido delle strade che dipinge imbracciando il cavalletto in piena notte. Nelle sue prime opere la materia pittorica è pastosa e stesa con pennellate virgolate ancora debitrici del contesto locale, ma i soggetti che seleziona rompono in modo deciso con la tradizione. Quando la Galleria L’Obelisco le allestisce la prima mostra personale nel 1948, i suoi quadri presentano oggetti dell’orizzonte quotidiano come il telefono, il cocomero, la bistecca, i detriti e le cartacce ai bordi dei marciapiedi. Nello stesso periodo fanno la loro comparsa anche le prime figure sportive, soprattutto giocatori
sul campo da calcio, fermati nel dinamismo delle azioni che Maselli ricava dalle fotografie sui giornali. A questi si affiancano pugili e ciclisti, e agli oggetti domestici il panorama urbano con la sua segnaletica, le impalcature, i distributori di benzina e i cavi elettrici del filobus. Dettagli che l’artista definisce “archetipi della modernità” e che, più ancora che a Roma, troverà a New York, dove si trasferisce da sola nel 1952. Ai palazzi romani subentrano il verticalismo trasparente dei grattacieli, i riflessi delle luci a neon, le fiancate dei veicoli metropolitani che sfrecciano frenetici. Come la tavolozza diventa squillante, acida ed elementare, così anche il formato delle tele risente di questa trasformazione e si amplia per accogliere la straordinaria varietà di stimoli che la metropoli americana ha da offrire. Maselli riproduce con insistenza inquadrature ravvicinate e claustrofobiche, tagli diagonali e riprese dal basso verso l’alto, per arrestare tanto lo sforzo agonistico degli atleti quanto il rapido passaggio dei veicoli cittadini. Le suggestioni newyorkesi la accompagnano anche al ritorno in Europa, prima in Austria, di nuovo a Roma e infine a Parigi, dove risiede dagli anni settanta.